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SuperNatura - Andrea Marini - 2019


Tutto il lavoro di Andrea Marini si muove lungo il filo del rasoio che divide la natura dall'artificio, il bello dal brutto, il semplice dal complesso, il familiare dall'ignoto. Il suo universo situato prima e dopo la scienza ha una connaturata polisemia, cerca il contenuto nell'assenza di una sovradeterminazione semiotica. Il suo magico minimalismo è fatto di sottili sfumature, di dettagli che spesso possono anche sfuggire ad un'occhiata superficiale. Nello stesso tempo la sua lucidità poetica lo colloca in una dimensione scultorea propria, lontano da ogni monumentalità e vicino ad un linguaggio in cui la sottigliezza dei segni apre una dimensione di inquietudine e di indeterminatezza. E se non c'è dubbio che affronti sempre dei temi naturalistici, piante, nidi, echinodermi, è vero che realizza una "SuperNatura", cogliendo aspetti che lo spingono alle soglie dell'inorganico e verso la forma pura. Marini rettifica la natura. La fa diventare quello che lui sente e desidera, un mondo sempre sulla soglia di trasmutare, rievoca l'unheimlich freudiano perché la conoscenza nasce dal dubbio e non dalle certezze. Per questo lo scultore non si arresta dinanzi alla creazione di installazioni complesse e pericolose come Erborescenza (2015), che costituisce un vero e proprio giardino fatale in cui le piante possono ferire perché sono lame che alla bellezza associano la pericolosità come piante carnivore che stordiscono per forme e colori per uccidere meglio. In questo caso la forma, l'accennato movimento delle piante, il non-colore metallico dell'alluminio invitano ad una interazione che non è soltanto puramente visiva. Marini lavora sulla seduzione, sui suoi pericoli, sui suoi limiti. La sua natura sembra accedere ai canoni che ben conosciamo, però nasconde l'insidia del diverso, dell'altro. La sua sottile ironia non attenua la sensazione di addentraci in un universo alieno. Le sue sculture e le sue mostre ancora di più sono dei viaggi al limite del tempo e dello spazio. Quello che conosciamo scompare mentre sembra accompagnarci in un sentiero conosciuto. L'artista si situa al centro di un paesaggio, ma è il suo paesaggio non quello che sovrastava il sensitivo e abbastanza ingenuo van Gogh. "Nei momenti in cui la Natura è così bella sento di rivivere in una situazione di terribile lucidità. Non ho più coscienza di me stesso e i quadri nascono come in sogno", scrisse. Ma è passato oltre un secolo ed è cambiata l'arte ed è cambiata pure la Natura. Visione e osservazione sono le due facce di una conoscenza interiore, profondamente empatica quanto rapida nella sua espressività. Con il novecento duchampiano le cose cambiano perché le regole della rappresentazione non sono più le stesse. Il ready made offre il mondo alla portata dell'artista: il mondo con tutte le sue cose dentro, anche l'aria, l'erba, i fiumi, le montagne. Tutto diventa tremulo, sicuro e instabile, probabilistico e certo solo della sua indeterminazione. Il secolo di Heisemberg e di Duchamp rende eterno l'effimero, assoluto il provvisorio. Così è stato ed è chiaro che l'en plein air panteista sia andato in pensione senza rimpianti. Ma la casualità con Andrea Marini resta ai margini. Appartiene non al passato ma al futuro. Le sue piante come Rovi (2018) hanno strutture algebriche, sembrano algoritmi tridimensionali, quasi delle visualizzazioni di elaborati elettronici che seguono logiche frattali. Cristalli di neve, strutture essenziali, vitali e anche fredde e distanti siderali come apparizioni in una notte boreale. Ma possono anche essere letti come legami chimici, molecole di sintesi in cui scienza e immaginazione sono sintetizzane in una formula comune. Peasaggi-laboratorio tenuti assieme dalla distanza in cui prevale il come se (als ob), unico conforto e bagaglio di questo viaggio è la metafora, quello che sappiamo e ricordiamo. È chiaro che il "già fatto" si sublima nel commento dell'"impossibilità del paesaggio". Marini ricostruisce la sua natura, ma l'ironia è la distanza minima che consente di affrontare la possibilità demiurgica dell'arte. Fa diventare il paesaggio un luogo di accadimenti come il tavolo anatomico surrealista, rivisitato in un ottica modernista, però non rinuncia a manifestare il piacere dei sensi. E se talvolta si può avvertire ancora una gravità legata ancora per memoria alla dura materia dell’estremo naturalismo (l'Erde heideggeriano), progressivamente anche il contenuto si libera in una dimensione di sperimentazione continua. L'artista non cerca l'artificiosità come elemento di una distanza tra l'uomo e il mondo perché avverte che la terra possiede sempre una forza attrattiva, ci sono legami inscindibili. Cosí in Ventri (2016) appare una icona dell'arte primitiva, i ricorsi di maternità della venere partoriente, abbondante e pregna di un futuro vivente. Tutto si muove e circola in queste opere, l'accenno di spaesamento non occlude la visione di un mondo pulsante. È impossibile dare delle conclusioni. Il silenzio rumoroso di Marcel Duchamp liberò i linguaggi artistici dall'incomodo di fare sempre il verso alla Natura. Mondo e segni convivono nella conoscenza. L'universo organico è qui: nell'intelligenza di un'Arte riconsegnata alla Natura dopo averla accettata nei propri territori, superando gli antichi confini tra la scienza e l'immaginazione.

Valerio Dehò ©2019